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Amici di MwesoDue righe scritte al ritorno dalla Repubblica Democratica del Congo...Qualche mese fa ho intrapreso un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo, una delle realtà più difficili del Continente nero. Un’esperienza a dir poco rara, che ho colto inizialmente con un po’ di diffidenza, ma che mi ha pian piano coinvolto, fino a tornare in Italia innamorato di quelle persone, di quella terra… Il viaggio è stato possibile grazie all’ U.C.S.E.I. (Ufficio Centrale Studenti Esteri in Italia) un’organizzazione che, come è facile intuire dall’acronimo, aiuta gli studenti stranieri a frequentare gli studi (universitari) in Italia, offrendo vitto e alloggio a centinaia di ragazzi. Proprio uno di questi, Mujogo, ha dato il suo fondamentale contributo alla realizzazione del viaggio, inteso come finalizzazione di un percorso di formazione, durato un anno, sull’agronomia e sullo sviluppo partecipativo nella zona di Mweso (appunto nella RDC). Uno dei temi principali di questa serie di incontri, o perlomeno, quello che mi ha più colpito, è stato il “cambio” di mentalità: comprendere e condividere l’idea della collaborazione tra noi e il popolo africano. Questo concetto è stato fondamentale per vivere davvero questa esperienza, mi ha permesso di cambiare la mentalità di cui ero in possesso (“grazie” alla nostra società) secondo cui l’occidentale va in Africa ad aiutare il popolo africano, imponendo le proprie conoscenze e i propri metodi (non solo nel campo dell’agronomia). Sin dal primo incontro alcuni esperti del settore della cooperazione ci hanno aiutato ad entrare nell’ordine delle idee di collaborare al fine di far fruttare le immense conoscenze, ad esempio del contadino africano, attraverso le conoscenze dell’ “occidentale”, perché, in fondo, chi conosce meglio il terreno, i tempi, le stagioni del contadino di un popolo che da generazioni coltiva in quei posti? Partendo da questo concetto fondamentale, siamo partiti per Goma, una delle principali città congolesi; già dal momento in cui sono arrivato in Congo, mi è stato chiaro che il problema dell’agricoltura non mi avrebbe nemmeno sfiorato nei 10 giorni in cui sarei rimasto nel centro dell’Africa, se non altro perché proprio non riuscivo ad accettare la visione di bambini “figli di nessuno” che camminavano scalzi sotto la pioggia, sulle pietre..la visione di due pezzi di lamiere messi su per fare qualcosa che vagamente assomigliava ad una casa (giusto la forma…)…il contatto con delle persone ospitali, gioiose, con la fede in Dio nel sangue, che ci hanno accolto…il senso di colpa che, credo inevitabilmente, ti costringe a riflettere su te stesso, sulla tua vita. L’agronomia poteva aspettare, in fondo. Quello di cui voglio scrivere però non è della distruzione, della povertà, delle condizioni in cui si vive in quella zona. No. Sarebbe troppo facile. E scontato. Io voglio parlare delle persone, vorrei poter essere in grado con le parole di descrivere certi volti, certe persone, certi gesti, certi sguardi che resteranno sempre dentro me. L’ospitalità davvero gratuita che ci hanno offerto, pranzi, tavolate intere, feste, balli… gioia pura trasmessa con una semplicità disarmante, da non poter fare altro che lasciarsi coinvolgere cantando qualche sillaba sconnessa e insignificante in una lingua sconosciuta, mangiando con loro, ricambiando sguardi, sorrisi… Perché oltre alle innegabili difficoltà economiche, militari, sociali che caratterizzano il Congo (come molte altre parti dell’Africa e del Mondo), c’è l’immensa bellezza della terra, la grandissima gioia del suo popolo, dei sui bimbi (increduli nel rivedersi sugli schermi delle macchine digitali)… c’è la gioia di vivere. Che controsenso, no? Noi qui tra problemi surreali, tra difficoltà inesistenti, che ci lasciamo travolgere da tutto ciò che ci arriva, vivendo spesso senza quel sorriso, senza quella fede, senza quei continui ringraziamenti dovremmo fare a chi è Lassù… E loro li, senza niente (e non intendo senza il Computer, la Play Station, il pallone di cuoio, la maglietta “bella”, la macchina nuova, …..) che sono avanti anni luce rispetto a noi, dal punto di vista umano…o forse eravamo così anche noi un tempo… Non è che, in fondo, i veri poveri siamo noi? Poveri di Gioia di vivere, poveri di Fede, poveri di Amore, poveri di Sentimenti…? Spero sia solo una brutta sensazione di un ragazzo che sicuramente deve ancora iniziare a vivere la sua vita, ma che ha avuto la fortuna di vivere un’esperienza che vale, da sola, anni e anni di esperienze…e che con qualche riga prova a trasmettere a chi ha avuto la pazienza di leggere quest’articolo, e di chi dopo averlo letto, non lo scanserà con disinteresse. Perché non bisogna per forza andare in Congo per aiutare chi ne ha bisogno, per uscire dal menefreghismo in cui viviamo. “Che ognuno si faccia operaio dove è” Andrea Negri |
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